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RIENTRO DEL SOCIO IN ITALIA E DOPPIA RESIDENZA FISCALE DELLA SOCIETÀ ESTERA
Un imprenditore o consulente italiano rientra in Italia dopo anni all’estero.
La società che ha costituito all’estero e di cui è unico socio resta dov’è: ha una storia, dei clienti, delle referenze, e in certi mercati senza quella società non lavora. Continua a fatturare da lì, paga le imposte là, presenta le dichiarazioni là.
Dall’Italia lavora, decide, firma. E dà per scontato che vada bene così.
Quella società, però, all’estero non ha una sede operativa, né dipendenti, né mezzi propri: il valore lo produce lui, con il proprio lavoro.
LA RESIDENZA DELLA SOCIETÀ SEGUE CHI LA DIRIGE
Una società si considera fiscalmente residente in Italia quando qui si trova, per la maggior parte del periodo d’imposta, la sede legale, la sede di direzione effettiva oppure la gestione ordinaria in via principale. Sono criteri di fatto.
Se l’unico amministratore vive in Italia, lavora dall’Italia e dall’Italia prende ogni decisione, la società è italiana ai fini fiscali anche se il registro delle imprese che la conosce sta a diecimila chilometri.
La conseguenza è pesante: tassazione in Italia su tutto il reddito, ovunque prodotto, con i relativi obblighi contabili, IVA e dichiarativi.
E la società resta contribuente anche nel Paese di costituzione, che continua a considerarla propria.
“MA LE IMPOSTE LE HO GIÀ PAGATE ALL’ESTERO”
È la reazione naturale: le convenzioni contro le doppie imposizioni servono esattamente a questo. Solo che non sempre funzionano nel modo che si immagina.
Quando una società risulta residente in due Stati contemporaneamente, molte convenzioni risolvono il conflitto con un criterio automatico. Altre no. Alcune — tra queste quella tra Italia e Canada — si limitano a rinviare a un accordo fra le due amministrazioni finanziarie, e stabiliscono che in mancanza di quell’accordo la società non ha diritto ad alcuno sgravio o esenzione previsti dalla convenzione. Tradotto: finché non c’è accordo, e l’accordo richiede anni, la convenzione non protegge nulla.
Resta la norma interna. Ma anche lì la sorpresa è dietro l’angolo.
IL PUNTO CHE DIVIDE IN DUE IL MONDO DELLE SOCIETÀ ESTERE
Il credito italiano per le imposte pagate all’estero spetta solo per redditi prodotti all’estero, e per un’impresa questo significa redditi conseguiti tramite una struttura stabile fuori dall’Italia.
Chi all’estero ha davvero uno stabilimento, un magazzino, del personale, di norma continua a recuperare l’imposta pagata là. Chi all’estero ha soltanto l’iscrizione, un conto e un indirizzo, e produce il reddito con il lavoro di chi siede in Italia, non recupera nulla.
È la differenza fra un problema di forma e un problema di soldi, e non dipende dal Paese scelto. Dipende da che cosa c’è davvero, in quel Paese.
LA SOLUZIONE STA SPESSO NELL’ALTRO PAESE
Nel caso che abbiamo seguito la risposta andava cercata nella normativa interna dell’altro Stato, che riconosce il credito per le imposte estere in base al luogo in cui l’attività è effettivamente svolta — un criterio di fatto, non condizionato dalla convenzione. Il recupero, quindi, andava chiesto là.
COSA FARE, E QUANDO
La differenza fra una situazione gestibile e una costosa è quasi tutta nel tempo. Intervenire prima significa scegliere: dove collocare la direzione, se mantenere la società estera e a quali condizioni, come coordinare i due sistemi fiscali. Intervenire dopo significa regolarizzare mesi o anni già trascorsi, con sanzioni e con margini di manovra ridotti.
Se avete una società all’estero e la dirigete dall’Italia, la prima domanda da farsi non è dove è costituita, ma che cosa c’è davvero là: una struttura che produce reddito per conto proprio, oppure soltanto un involucro dietro al quale il lavoro lo fate qui. Nel primo caso la doppia imposizione di norma si risolve. Nel secondo, spesso no.
Lo Studio segue questi casi in modo completo: analisi della residenza fiscale della società, valutazione dei rischi, programma di regolarizzazione e coordinamento diretto con i consulenti esteri.
Contattateci per un primo confronto riservato: mezz’ora di analisi preliminare chiarisce quasi sempre se esiste un problema e quanto è grande.
Christian Penso