TUTTO CIÒ CHE DIRETE SARÀ USATO CONTRO DI VOI

Nelle verifiche fiscali la collaborazione in buona fede rischia di essere un boomerang.


Come ci si comporta durante una verifica fiscale in azienda? Collaborare, non collaborare, contestare tutto, stare zitti?

Soprattutto chi non ha nulla da nascondere di solito tende ad essere spontaneamente collaborativo.

I fatti insegnano però, che il rapporto con una autorità il cui successo è, piaccia o non piaccia, la nostra sconfitta, può essere molto problematico.

Lo dimostra ad esempio una recente sentenza della Cassazione (la n. 14889/2022).

I fatti (per quel che si può capire da una sentenza): i verificatori si sono recati in un’azienda, con lo scopo di controllare che tutte le vendite fossero fatturate.  Per questo hanno voluto verificare il ricarico concretamente applicato ad un campione di beni, per confrontarlo col ricarico complessivo dichiarato, in applicazione di un noto metodo statistico.

Al contribuente deve essere stata chiesta collaborazione nella ricerca di un campione rappresentativo dei suoi prodotti, e indicazioni sul tipo di attività svolta. Ma per un imprenditore cosa significa “campione rappresentativo”? Quali beni devono farne parte, in che proporzioni? Non tutti hanno familiarità con le statistiche. E poi: sa l’imprenditore se deve parlare o può tacere? Il nostro qualcosa deve avere detto.

Al termine della verifica, al malcapitato è stata contestata l’evasione di ingenti ricavi “presunti” in base all’elaborazione svolta dall’Ufficio.

Di qui la trafila di ricorso, appello, Cassazione… lo Stato alla fine ha stabilito che la partecipazione del contribuente alle operazioni di verifica e alla scelta del campione di prodotti posti a base del calcolo della percentuale di ricarico, equivale sostanzialmente ad accettazione dei loro risultati, perché (invece che provare a mandare avanti la sua azienda nei giorni complicati di una verifica fiscale) egli avrebbe potuto esprimere immediatamente il proprio dissenso dai risultati (glieli avranno spiegati così bene?). Se non lo ha fatto, peggio per lui.

Ora, non abbiamo elementi indipendenti per capire se il contribuente fosse o no un evasore. Possiamo immaginare che se lo fosse stato avrebbe preferito stare a vedere cosa succedeva.

E possiamo anche pensare che, in astratto, sia comprensibile che se al Fisco diamo un’informazione, su questa poi i verificatori possano confidare.

Quel che è chiaro è che, col senno di poi, quel contribuente ha fatto malissimo a dire qualcosa.

Nel concreto, infatti, informazioni dette a voce, che non era certo obbligatorio dare (si è obbligati a fornire documenti e dati certi che esistono già, non altro), che magari sono per loro natura stimate o approssimative, si sono ritorte contro l’imprenditore.

La Cassazione scrive che, al contrario, la semplice “assistenza silente e non collaborativa” non avrebbe mai potuto implicare accettazione delle operazioni e dei loro risultati.

Capìta la lezione?

Occorre sempre la massima cautela nel corso di una verifica, per evitare che la trasparente collaborazione sia ripagata con tutt’altra moneta, e che poi, di fatto, comporti l’impossibilità di difendersi in futuro.

Sono quindi da tenere bene in mente tre punti fermissimi.

Primo: durante una verifica il contribuente non è tenuto ad essere collaborativo oltre gli ordinari obblighi di esibizione della documentazione.

Secondo: in caso di elaborazioni dei verificatori il cui risultato sia sfavorevole o incomprensibile, occorre sempre esprimere nel verbale finale (il “PVC”) le più ampie riserve sull’esattezza delle conclusioni dei verificatori.

Terzo: non affrontare da soli una verifica. Un professionista ha alle spalle lo studio e l’esperienza che consentono di evitare, tra l’altro, comportamenti autolesionisti.

Il nostro Studio assiste sempre i propri Clienti nelle verifiche, scegliendo di volta in volta le modalità per difenderli.

 

Christian Penso