CRIPTOVALUTE PRESSO SOCIETÀ ITALIANE: DAVVERO FUORI DALL’RW?

Una recente Risoluzione apre una strada che non vorremmo fosse illusoria.


Chi investe o comunque opera in criptovalute è probabilmente a conoscenza della pluriennale discussione sull’obbligo di indicare tali investimenti nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.

La normativa, di gran lunga antecedente alla nascita di Bitcoin e delle altre crypto, non fa cenno a questo tipo di strumenti, ma l’Agenzia delle entrate ha ripetutamente scritto che le valute virtuali vanno trattate, ai fini fiscali, come attività finanziarie detenute all’estero.

La Risposta ad interpello della stessa Agenzia delle entrate del 26.8.2022 n. 437 torna incidentalmente sul tema, affermando, in modo piuttosto veloce e sintetico, che “Nel caso in esame, tenuto conto che il contribuente detiene il wallet presso una Società italiana non è tenuto agli obblighi di monitoraggio fiscale, né tanto meno al pagamento dell’IVAFE”.

Quindi, apparentemente, non ci sarebbe alcun obbligo di preoccuparsi del proprio quadro RW se si tengono le crypto presso le “società italiane”.

Siamo molto contenti che i contribuenti possano liberarsi di un pensiero dando più lavoro ad operatori italiani, ma abbiamo la preoccupazione che la presa di posizione sia errata e che l’Agenzia possa cambiare idea.

Dal marzo del 2022 i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale e i prestatori di servizi di portafoglio digitale devono essere  iscritti in uno specifico registro tenuto dall’OAM (Organismo agenti e mediatori). Essi sono tenuti ad applicare la normativa antiriciclaggio, identificando i clienti e segnalando eventuali operazioni sospette di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, e per effetto dell’iscrizione devono anche trasmettere all’amministrazione finanziaria dati ed informazioni dei soggetti che acquistano e vendono valute virtuali.

Ma si tratta solo di una parte degli adempimenti che svolgono gli “intermediari finanziari” (a partire dalle banche), e che costituiscono il presupposto in base al quale le attività finanziarie estere detenute presso tali soggetti sono escluse dall’obbligo di monitoraggio nel quadro RW.

Ci dispiacerebbe se a distanza di tempo emergesse che quella data dalla Risposta ad interpello n. 437 era una falsa sicurezza, e che l’Agenzia tornasse sui suoi passi lasciando in fuori gioco i contribuenti che nel frattempo hanno affidato i propri wallet a società italiane.

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Christian Penso